Quando il corpo chiude al mondo: l’esperienza dismorfofobica

Che cos’è la dismorfofobia? 

Prima descritto e documentato nel corso dell’ottocento dallo psichiatra italiano Enrico Morselli come dismorfofobia (dal greco antico dis-morphé = forma distorta e phobos = paura), ovvero paura di essere o divenire deforme e poi riconosciuto come disturbo dall’American Psychiatric Association nel 1987, il Disturbo di Dismorfismo Corporeo (DSM-5, 2014) è oggi un disturbo piuttosto comune ma generalmente poco individuato, caratterizzato da una dolorosa preoccupazione per un difetto dell’aspetto fisico che può essere supposto oppure di entità oggettivamente inferiore rispetto al vissuto soggettivo. Sebbene gli individui che ne soffrono abbiano perlopiù un aspetto normale, o solamente lievi difetti ritenuti dai più minimi e ininfluenti, essi sono preoccupati e angosciati dal fatto che il loro aspetto fisico sia imperfetto o difettoso. 

L’attuale esperienza clinica e gli emergenti dati scientifici indicano che gli individui con dismorfismo corporeo sono spesso fortemente depressi e socialmente isolati, non si accettano e non si sentono accettati dagli altri. Le preoccupazioni ansiose per le parti del corpo vissute come deformi determina vissuti molto angoscianti e fa sì che progressivamente queste persone si isolino dalla società, fino ad arrivare a un completo ritiro sociale, ritiro dal lavoro o abbandono degli studi. Molte persone credono che gli altri possano notare i loro “difetti” e siano catturati dalla loro presunta bruttezza, per esempio fissandoli, parlando di loro o prendendoli in giro e questo può contribuire all’isolamento sociale. 

Alcuni comportamenti comuni sono, per esempio, l’eccessiva cura dei capelli, la depilazione delle sopracciglia o dei peli del corpo, l’eccessivo uso del trucco, il continuo specchiarsi e chiedere conferme agli altri sul proprio aspetto, l’acquisto compulsivo di prodotti di bellezza e di vestiti. La maggior parte degli individui tenta di camuffare i difetti percepiti, per esempio facendosi crescere la barba, utilizzando berretti, occhiali da sole, vestiti che coprono il corpo, un trucco pesante, oppure assumendo particolari posizioni per cercare di non mostrare i presunti difetti. Lo scopo di questi comportamenti è solitamente quello di controllare, correggere, nascondere oppure essere rassicurati sui difetti percepiti, anche se spesso hanno la conseguenza di far aumentare la preoccupazione e l’ansia connessa. Tra le varianti del disturbo troviamo la dismorfofobia muscolare, una condizione che generalmente colpisce gli uomini che vedono il proprio corpo troppo piccolo e la autodisomofobia, un’eccessiva, irrazionale preoccupazione di emettere un cattivo odore. 

Come comprendere l’insoddisfazione per l’immagine corporea? 

Secondo alcuni autori (Veale et al., 2000) è possibile individuare alcuni fattori di rischio per lo sviluppo del dismorfismo corporeo, ad esempio esperienze infantili negative quali l’essere stati presi in giro per l’aspetto o per le competenze oppure specifici tratti di personalità come l’insicurezza, il perfezionismo o un temperamento ansioso. Altre ipotesi considerano l’importanza di predisposizioni biologiche per l’insorgenza del disturbo (Neziroglu et al., 2004), che includono, tra gli altri, i fattori genetici e i problemi di elaborazione visiva (Feusner et al., 2007). 

Cercare delle categorie di persone più predisposte a sviluppare un determinato disturbo rischia di risultare riduttivo poiché in tal modo non vengono considerate le differenze nei 

modi di essere e di soffrire di ogni individuo. Modi di essere che trovano luce solo all’interno della sua particolare storia di vita e che possono rappresentare la condizione di possibilità di un esordio patologico (Liccione, 2012).
Generalmente la persona riconosce la sproporzione tra il dato oggettivo e il vissuto soggettivo, sembra però non riuscire ad allontanare la propria attenzione dalla preoccupazione per la propria immagine corporea e a limitare il proprio disagio. 

Appare chiaro che l’elemento nucleare del disturbo non sia la paura dell’anormalità fisica di per sé, né una distorsione cognitiva della propria immagine corporea: è l’esperienza che la persona fa del proprio corpo ad essere rilevante. Un corpo che ha perso le caratteristiche di anonimia e silenzio e diventa centrale nell’esperienza esistenziale del soggetto, fonte di angoscia emotiva, di inadeguatezza interiore; di conseguenza, diventa un mezzo di regolazione emotiva, uno strumento per modulare il rapporto con sé e con gli altri. 

Perché lo psicologo? 

Le persone che soffrono di dismorfofobia sono, generalmente, talmente imbarazzate a causa dei propri sintomi che evitano di parlarne e sono solite rivolgersi più al chirurgo plastico e al dermatologo che allo psicologo. Spesso si sottopongono a ripetuti interventi chirurgici che non eliminano il problema ma, anzi, portano a una crescente insoddisfazione oppure a un peggioramento dei sintomi dopo gli interventi di chirurgia estetica. Ad esempio, Phillips e colleghi (2001) hanno riportato che la maggioranza (82,6%) degli individui che si sono rivolti al chirurgo estetico ha riferito un peggioramento dei sintomi dopo gli interventi di chirurgia estetica. La ricerca di cure e trattamenti rappresenta il tentativo dei pazienti di ripristinare un senso di integrità e stabilità personale. 

Il lavoro con lo psicologo servirà a far emergere il contesto emotivo nel quale si manifestano gli stati affettivi negativi (es. ansia, vergogna, inadeguatezza) e a comprenderli alla luce della storia di vita della persona. Grazie all’analisi esperienziale sarà possibile capire perché il corpo si rende manifesto nella sua dimensione estetica permettendo così una riappropriazione delle esperienze di vita. 

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition (DSM-5). Washington, D.C.: APA (trad. it.: DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. Milano: Raffaello Cortina, 2014). 

Feusner J, Townsen J, Bystritsky A, et al. Visual information processing of faces in body dysmorphic disorder. Arch Gen Psychiatry 2007;64(12):14171426. 

Liccione, D. (2012), Casi clinici in psicoterapia cognitiva neuropsicologica. Padova: libreriaunivarsitaria.it 

Neziroglu F, Roberts M, Yaryura Tobias J.A. A behavioral model for body dysmorphic disorder, Psychiatric Annali 2004; 34, 915920. 

Phillips KA, Grant J, Siniscalchi J, et al. Surgical and nonpsychiatric medical treatment of patients with body dysmorphic disorder. Psychosom 2001;42:50410. 

Veale D. Outcome of cosmetic surgery and ‘D.I.Y’ surgery in patients with body dysmorphic disorder. Psichiatr Bull 2000; 24:218-21.