Le insidie del Dott. Google e il circolo vizioso delle ricerche online: la cybercondria

Uno dei cambiamenti più importanti che contraddistingue la società odierna è l’avvento di Internet: il suo ampio utilizzo viene qui osservato da una prospettiva clinica in quanto l’essere-in-rete apre a nuovi modi di fare esperienza, caratterizzati da un sovraccarico di esposizione a contenuti eterogenei, immediati ed autoreferenziali, in cui la dimensione intersoggettiva sembra scomparire. Una indagine del Censis, condotta nel 2012, mostra che un terzo degli intervistati utilizza la rete per reperire informazioni sanitarie. Se da un lato Internet ha il vantaggio di consentire l’accesso a un flusso continuo di informazioni e di aumentare le conoscenze personali, dall’altro lato però, come afferma Byung-Chul Han in un recente saggio in cui analizza la società contemporanea digitalizzata “da un certo punto in poi (…) l’informazione non è più informativa bensì deformativa, la comunicazione non è più comunicativa bensì cumulativa” (2017). Il web non può fornire informazioni precise, attendibili, coerenti e, soprattutto, individualizzanti, poiché i motori di ricerca sono sistemi automatici che funzionano secondo algoritmi che privilegiano le pagine web più ricercate o i risultati più rilevanti dal punto di vista statistico. In ambito clinico tutto questo si traduce con la facile acquisizione di informazioni di tipo sanitario o che riguardano tematiche legate alla salute e la trasformazione di esse in autodiagnosi cliniche. Questo significa che indisposizioni passeggere possono diventare in breve tempo gravi malattie esacerbando le preoccupazioni fino a portare l’individuo a sperimentare vere e proprie condizioni di paura e angoscia. Internet finisce così per filtrare la relazione con sé e con il mondo portando a un restringimento dell’orizzonte esperienziale, a una significativa chiusura di possibilità d’azione. 

Che cos’è la cybercondria? 

La ricerca di informazioni riguardanti la propria salute può aprire a modi di essere difettivi come nel caso della cybercondria. Il termine cybercondria (neologismo da “cyber” e “ipocondria”) è apparso all’inizio degli anni Duemila e si riferisce alla crescente condizione di ansia che alcune persone esperiscono nel momento in cui utilizzano internet per ottenere informazioni sul proprio stato di salute. Più precisamente, White e Horvitz (2008) hanno definito la cybercondria come una “infondata escalation di preoccupazioni riguardanti una sintomatologia comune, basata sui risultati di ricerca e articoli trovati sul web”. Gli autori hanno rilevato che la ricerca di sintomi comuni sui motori di ricerca fornisca perlopiù informazioni su situazioni mediche gravi e rare, portando così gli individui a focalizzarsi sulle condizioni di malattia più severe, ma non è chiaro se la condizione di ansia si sviluppi solo in seguito alle ricerche online relative alla salute oppure venga intensificata da tali continue ricerche. L’utilizzo di internet come sostituto dello specialista per arrivare ad una autodiagnosi, e non come mero strumento conoscitivo, può portare così ad innescare oppure ad esacerbare una condizione ansiosa nonché a gravi rischi per la salute (per esempio, si potrebbe enfatizzare un problema minore e trascurare invece sintomi che potrebbero essere segnali di allarme). 

Internet come amplificatore di un disturbo, ma quale? 

Attualmente il termine continua ad essere utilizzato nel linguaggio comune, appare nelle riviste scientifiche di settore ma la cybercondria non è classificata come un disturbo mentale seppure possa comportare compromissioni significative del funzionamento lavorativo, familiare e sociale.
Nella maggior parte degli studi di settore la cybercondria viene associata ad ansia per la salute e considerata quindi come una versione contemporanea dell’ipocondria: secondo questo filone di 

studi il senso di incertezza sulla propria salute può venire esacerbato dalle ricerche su internet, specialmente se ambigue o contrastanti e il bisogno di sedare quell’incertezza può condurre a ulteriori ricerche online generando un circolo vizioso disfunzionale difficile da interrompere. Secondo Kate Turkiewicz (2017), invece, tra le due condizioni vi sarebbero delle consistenti differenze: infatti, mentre nell’ipocondria vi è un profondo timore di soffrire di una grave condizione medica, una attenzione focalizzata sui sintomi somatici e una risposta comportamentale che promuove le preoccupazioni (l’elevato utilizzo di cure mediche di rado allevia le preoccupazioni dell’individuo), nella cybercondria vi sarebbe in primo luogo il desiderio di acquisire maggiori informazioni riguardo a specifiche condizioni mediche. Per questo motivo secondo l’autrice sarebbe più corretto considerare la cybercondria come una problematica connessa all’uso di internet (come lo shopping compulsivo online, il gioco d’azzardo online, la pornografia online) che alla ipocondria. 

Un ulteriore spunto proviene dalle concettualizzazioni di McElroy e Shevlin (2014) che considerano la cybercondria un forma patologica di natura ossessiva compulsiva: gli autori teorizzano la cybercondria come un costrutto multidimensionale caratterizzato dalla natura indesiderata delle ricerche su internet (compulsione), da stati emotivi negativi associati alle ricerche online (come l’angoscia), da eccessiva sfiducia nei confronti del proprio medico oppure da eccessivo bisogno di rassicurazione. 

Perché lo psicologo? 

Lo psicologo può rappresentare un valido aiuto per orientare il paziente e comprenderne il disagio emotivo: infatti è solo nella dimensione intersoggettiva, attraverso una cooperazione interpretativa, lavorando sugli eventi passati e presenti e sugli orizzonti futuri che si apre la possibilità di comprendere i modi singolari di fare esperienza e dare un significato alla sofferenza individuale (Liccione, 2011).